Chapter 2:

Capitolo 2 - Impatto

UNBФUND - Volume 1 (italian light novel)


La capsula entrò nell’atmosfera terrestre senza alcuna cautela. Era programmata per lasciarsi avvolgere mortalmente dalle fiamme di Aurus, non per atterrare dolcemente.

Non seguì una traiettoria elegante, non disegnò archi luminosi degni di essere ricordati. Cadde rovinosamente. Veloce, instabile, come un oggetto che non apparteneva a quel cielo e che il cielo stesso stava cercando di respingere.

L’aria ringhiava attorno allo scafo incandescente.

Gli scudi termici, progettati per condizioni peggiori di quelle terrestri, ressero senza difficoltà, ma i sistemi di guida erano stati danneggiati prima ancora della partenza. La capsula ruotava su se stessa, correggendo in ritardo, accumulando errore su errore.

Sotto di lei, una distesa verde si avvicinava troppo in fretta.

La foresta.

Era notte, ma non una notte silenziosa. Gli insetti cicaleggiavano con un ronzio continuo, gli alberi si muovevano lentamente sotto il peso del vento, ignari del fatto che qualcosa stava per spezzare il loro equilibrio.

La capsula attraversò la chioma degli alberi come un proiettile, spezzando rami, deviando tronchi più sottili, fino a schiantarsi contro il terreno con un boato sordo.

L’impatto fu violento.

La terra esplose verso l’esterno, scavando un cratere irregolare e sollevando un cumulo di terriccio alto una decina di metri. Quanto bastava per ricadere in parte su se stesso e celare alla vista la fossa.

Il metallo alieno aveva resistito quel tanto che bastava per non intaccare il guscio interno.

Per lunghi secondi non accadde nulla.
Poi, all’interno, un piccolo corpo si mosse.

Miracolosamente il piccolo ospite era sopravvissuto.

Moku665 aprì gli occhi. Gli enzimi anatomici avevano svolto egregiamente il proprio dovere sul corpo della creatura aliena.

Aveva l'aspetto di un bambino umano di un anno.

Moku665 non sapeva cosa fossero, quegli occhi. Non sapeva cosa significasse vedere sfruttando uno spettro elettromagnetico differente da quello al quale era abituato.

Ma la tenue luce filtrata attraverso le fessure dello scafo gli provocò una reazione immediata. Le pupille si contrassero. Il respiro accelerò.

I sensori del guscio interno registrarono il risveglio e attivarono la procedura finale.

Il portello venne espulso con uno scatto secco, ricadendo poco distante dai resti della capsula.

L’aria della Terra entrò nella camera interna come un’onda dirompente. Umida, ricca di odori sconosciuti. Terra, muschio, resina.

Moku665 inspirò bruscamente e tossì, portandosi una mano al petto. Il suo corpo reagì in modo disordinato, ma stabile.

Mani, piedi, arti. Mancavano di coordinazione.

Si trascinò fuori.

I piedi nudi toccarono il suolo morbido della foresta. Foglie umide, radici, piccoli sassi. Ogni contatto era una scoperta. Ogni sensazione un sovraccarico di stimoli.

Si fermò, immobile.

Attorno a lui, il mondo non sembrava ostile. Non lo osservava. Non lo testava. Esisteva, e basta.

Quella calma gli era ignota.

Moku665 avanzò di qualche passo, poi si fermò di nuovo. Un istinto antico, non programmato, gli fece alzare lo sguardo. Tra i rami spezzati, il cielo notturno mostrava punti di luce lontanissimi.

Stelle.

Non erano come quelle del suo pianeta. Erano più numerose. Più silenziose.

Un suono arrivò subito dopo.

Passi.

Moku665 si irrigidì. Il suo corpo si preparò a qualcosa che non sapeva definire. Non fuggì. Non attaccò. Si limitò a girarsi.

La figura emerse dal buio con cautela, una torcia che illuminava il terreno davanti a sé. Era un ragazzo avvolto in una giacca pesante, il volto segnato dalla stanchezza più che dallo spavento.

Aveva sentito l’impatto da lontano e, contro ogni buon senso, aveva deciso di controllare.

Quando il fascio di luce colpì il piccolo essere, il ragazzo si fermò.

Il silenzio si prolungò.

Davanti a lui c’era un bambino. Sporco di terra, nudo, con la pelle troppo liscia e lo sguardo troppo vigile. Le pupille, una arancione e una azzurra, riflettevano la luce in modo strano. Non spaventato. Non confuso.

Presente.

«Ehi...» disse il ragazzo, piano, come se un tono più alto potesse rompere la quiete appena sopraggiunta.

Moku665 inclinò la testa. Il suono non aveva significato, ma il tono sì. Non c’era minaccia.

L’uomo abbassò lentamente la torcia e si avvicinò di un passo. Vide il cumulo di terra, ma non il cratere. Anche i detriti della capsula passarono del tutto inosservati.

Ma il bambino tremava.

Il ragazzo si tolse la giacca e gliela avvolse attorno alle spalle con un gesto istintivo, quasi automatico. Moku665 non oppose resistenza. Le dita si chiusero sul tessuto, come se quel contatto avesse improvvisamente un peso enorme.

«C'eri tu dentro quella cosa caduta dal cielo? Sogno o son desto? Sei una alieno? Sei Superman? Uhm, dove sono i resti della tua navicella? Si sono disintegrati? Scusa, ti sto tempestando di domande e solo ora mi rendo conto che sto parlando con un bambino di... quanti anni hai? Ecco, l'ho rifatto di nuovo.»

Nessuna risposta. Non che se l'aspettasse.

Solo uno sguardo fisso, attento, che sembrava registrare ogni dettaglio.

Il ragazzo sospirò. Guardò ancora una volta il cumulo di terra illuminandolo con la torcia, poi il bambino. Era molto buio e faceva freddo. E il ragazzo aveva un impegno urgente.

Fece una scelta senza rendersene conto. Nessuna conclusione logica né esigenza di approfondire.

Lo prese in braccio.

Strada facendo meditò molto attentamente su come avrebbe dovuto procedere.

«Ascolta, questo è un segreto tra me e te. Adesso ti farò accomodare nella mia auto e ti farò una piccola punturina per inserirti un picochip nel braccio. Porto sempre tutto il necessario con me, non si sa mai. I miei amici dicono che sono fissato perché credo nei complotti e nelle cospirazioni. E credo anche negli alieni. E adesso tu mi hai dimostrato che ho sempre avuto ragione. Oh scusa, ti sarai stancato di sentirmi parlare. A volte sono logorroico. Iniziamo. Non sentirai alcun male, promesso. Spero solo che capirai che lo faccio per... diciamo per evitare che tu faccia cose strane e pericolose in futuro. Chiamala una piccola precauzione. Ma non temere: non ti starò col fiato sul collo. Vivrai la tua vita e noi, se tutto andrà bene, non ci incontreremo mai più. E non andrò in giro a dire che sei un alieno, anche perché non mi crederebbero.»

Il bambino irrigidì i muscoli per un istante, poi li rilassò. Il battito cardiaco rallentò. I parametri interni si stabilizzarono.

La foresta si richiuse alle loro spalle mentre il ragazzo si allontanava, lasciando la capsula nascosta tra le ombre e i detriti di un minerale che la Terra non aveva mai conosciuto.

Qualche ora dopo, all’alba, un modulo anonimo avrebbe registrato l’ingresso di un bambino non identificato in un orfanotrofio locale.

Nome: sconosciuto.
Origine: ignota.

Moku665 dormiva.

La Terra lo aveva accettato.
Lui avrebbe fatto altrettanto?