Chapter 14:
UNBФUND - Volume 1 (italian light novel)
Lisbona li accolse con una luce che sembrava riflettersi ovunque.
Non era solo il sole dell’Atlantico, ma un chiarore diffuso, quasi allegro, che rimbalzava sui vetri dell’aeroporto e si infilava tra le pieghe delle strade. Gaku lo notò dal finestrino dell’auto a noleggio, stringendo il naso al vetro come se potesse assorbirne un po’.
L’albergo era moderno, troppo grande e dispersivo per sembrare accogliente, ma nessuno ci fece troppo caso. In confronto alla villa appariva un modesto edificio popolare.
I bagagli restarono quasi intatti.
L'Altice Arena li stava già chiamando.
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All'interno dell'arena le varie nazioni del mondo sembravano aver trovato un unico punto di connessione.
L’aria vibrava di voci, risate, lingue diverse che si sovrapponevano come onde. Colori ovunque. Striscioni, tappeti, aree delimitate da corde e pannelli mobili. Decine di tatami, pedane, cerchi tracciati a terra. Atleti di ogni età, fisico, provenienza. Qualcuno in uniforme tradizionale, qualcuno in tuta sportiva, qualcuno a piedi nudi.
Gaku rimase immobile per qualche secondo, con gli occhi spalancati.
«Sembra una festa», disse.
Axiom, alle sue spalle, annuì.
«È il modo migliore per nascondere un campo di battaglia.»
La registrazione fu rapida. Nomi, età, stili. Nessun controllo ossessivo, nessuna rigidità. Solo un grande tabellone digitale che si aggiornava in tempo reale.
«Ricorda cosa ci siamo detti», disse Axiom a Gaku mentre si allontanavano. «Prima osservi. Poi scegli. Qui non devi dimostrare nulla.»
Gaku annuì, anche se la testa gli ronzava già.
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Sugli spalti, Yuki osservava tutto con curiosità attenta.
Era meno caotico di quanto sembrasse. A un certo punto notò un ragazzo alto, spalle larghe, aria strafottente, che si faceva largo tra la gente urtando chiunque.
«Quel tipo è fastidioso», mormorò.
Marcus.
Lo capirono tutti quando parlò. Voce alta, risata sguaiata, inglese scandito come se stesse concedendo un favore al mondo intero.
Fu proprio lui a scontrarsi, quasi apposta, con un ragazzo più giovane, biondo, silenzioso.
«Guarda dove vai, moccioso.»
Il ragazzo biondo sollevò lentamente lo sguardo.
Gli occhi erano chiari. Calmi. Freddi. Spietati.
«Sfida accettata», disse semplicemente.
Marcus scoppiò a ridere.
«Non ti ho sfidato.»
«Ora sì. Ma se hai paura torna pure a casa dalla mamma.»
Quella frase intaccò l'orgoglio del campione statunitense.
I giudici intervennero, registrarono i nomi.
«Loki Lhats, quindici anni, Germania. Stile: musado, nindokai.»
«Marcus O'Neal, ventiquattro anni, USA. Stile: wrestling.»
Axiom ritenne utile seguire lo scontro.
«C'è qualcosa che mi sfugge, ma cosa?»
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La fame arrivò all’improvviso, come spesso accadeva a Gaku.
Si sedette su una panca, massaggiandosi lo stomaco. Accanto a lui, un ragazzo dalla pelle scura e dai muscoli asciutti stava mangiando un panino enorme. Si chiamava Niran.
«Vuoi metà?» chiese con un sorriso sincero.
Aveva seguito il suggerimento di parlare in inglese.
Gaku scosse la testa di colpo.
«No, grazie. Sento odore di animali.»
Il ragazzo sbatté le palpebre.
«Eh?»
Sara, una ragazzina italiana poco distante da loro, si voltò di scatto.
«Aspetta. Anche tu sei vegano?»
Gaku la fissò, confuso.
«Vegano? No.»
Sara scoppiò a ridere.
«Non hai detto che non mangi animali?»
«Sì.»
«Allora sei vegano?»
«No, sono Gaku. E non mangio animali.»
Fu necessario l'intervento di Niran per districare la matassa.
«Vegano non è un nome. Si dice di una persona che non mangia animali. A proposito, io mi chiamo Niran.»
«E io Sara. Confermo quello che ha detto Niran.»
Gaku rifletté un attimo.
«Allora sì, posso dire di essere vegano. Ma non sapevo che si dicesse così. Sapete già il mio nome.»
Niran rise piano.
«Nel mio paese è strano. Ma rispetto.»
«Io pensavo fosse un nome», insistette Gaku. «Tipo Vegeta.»
Risero tutti e tre.
Per un momento, il torneo sembrò solo un grande parco giochi, un luogo idilliaco nel quale stringere amicizia.
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Poi iniziò lo scontro tra Loki e Marcus.
Axiom assistette da lontano. Vigile. Attento.
Marcus entrò in pedana sicuro di sé. Loki lo seguì senza fretta.
Il gong risuonò.
Marcus attaccò per primo. Un passo avanti, pugno caricato.
Ma non andò a segno.
Il suo corpo si irrigidì di colpo. Gli occhi sgranati. Un istante di silenzio irreale.
Loki si mosse lentamente, senza fretta. Sferrò un colpo secco al collo.
Si udì un rumore non piacevole, sbagliato.
Marcus crollò sul pavimento a peso morto.
Le urla arrivarono dopo. I giudici, il personale medico, il caos.
Troppo tardi.
«È morto? Com'è successo?», sussurrò qualcuno.
Loki si allontanò, impassibile.
La squalifica arrivò immediata.
«Non si allontani dall’arena», gli intimarono i giudici.
Loki annuì.
Poi, tra la folla, scomparve.
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Poco dopo la sosta per pranzare, Niran si alzò in piedi e si sgranchì le gambe.
«Ho una sfida», disse a Gaku. «Contro un brasiliano. Diego.»
Gaku fece appena in tempo a incrociare lo sguardo di Axiom. Gli pareva preoccupato.
E non l'aveva mai visto così.
I giudici annunciarono una nuova sfida.
«Niran Chaiyasit, diciotto anni, Thailandia. Stile: muay thai.»
«Diego Ferreira, diciotto anni, Brasile. Stile: vale tudo, luta livre, street fighting.»
All’inizio fu uno scambio pulito.
Niran colpì per primo, un calcio basso che fece vibrare la tibia di Diego. Diego rispose entrando con il ginocchio, corto, brutale. Nessuno dei due arretrò.
Il pubblico rumoreggiava. Sembravano pari.
Niran avanzò ancora, forse troppo fiducioso. Diego abbassò il baricentro in un lampo. Gli agganciò la gamba e ruotò il corpo.
Non ci fu spettacolo.
Solo un suono secco, spiazzante.
La gamba di Niran cedette.
Cadde. Il lamento di dolore arrivò successivamente, come se il corpo avesse impiegato un secondo di troppo a capire cosa fosse successo. La gamba non seguiva più il resto.
Giunse una barella.
I giudici parlarono di incidente.
Diego si limitò a stringere i pugni alzandoli al cielo, il respiro corto, gli occhi accesi.
Aveva fame. Ma non di cibo.
A poca distanza Gaku e Axiom avevano assistito all'incontro.
«Hai visto, Gaku? Lui non si è controllato. Ti è piaciuto come ha vinto?»
«No.»
«Allora va' da lui e sfidalo.»
Gaku non disse nulla.
Si limitò a entrare in pedana e a chiamare Diego.
«Ehi tu, vieni. Ora combatti contro di me.».
Diego non chiese nemmeno un attimo di pausa. Già pregustava il rumore di un altro arto rotto.
I giudici convalidarono la sfida.
«Gaku Kanzaki, undici anni, Giappone. Stile: karate.»
«Diego Ferreira, diciotto anni, Brasile. Stile: vale tudo, luta livre, street fighting.»
Diego attaccò subito, senza attendere.
Gaku schivò. Non di molto. Sempre quel tanto che bastava.
Rotazioni minime, mosse anticipate, emozioni sopite.
Un pugno, un altro, una carica rabbiosa. Diego cercava di travolgerlo. Gaku sembrava muoversi in un tempo leggermente diverso, come se vedesse i colpi arrivare prima degli altri.
Quando toccò a lui controbattere, lo fece una sola volta.
Un pugno corto al torace. Preciso. Diego si piegò in avanti, l’aria strappata dai polmoni. Cercò di reagire, ma Gaku gli bloccò il movimento, lo sbilanciò e lo mandò a terra.
Il brasiliano alzò il pugno accennando una reazione impossibile.
Poi lo abbassò di colpo.
Diego rimase a terra, ansimando.
Capì. E quella consapevolezza gli fece più male della caduta.
Axiom posò una mano sulla spalla dell'allievo.
«Bene. Ti sei fermato in tempo. Appena un po' più di potenza e l'avresti trapassato da parte a parte.»
Gaku si sentiva soddisfatto.
Ma bastò un istante per fargli cambiare espressione.
Si irrigidì.
Gli occhi si spostarono nel vuoto, come se stesse ascoltando qualcosa che nessun altro poteva sentire.
«C’è un’anomalia», mormorò.
Gaku sentì di nuovo quel brivido.
Da qualche parte, tra il rumore, le luci e le risate, qualcosa non tornava.
E l’Altice Arena continuava a brillare, ignara.
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